Del catasto e del padrone di casa

Il recente provvedimento di delega al Governo per la riforma del catasto nasce sotto l’insegna del sospetto che si tratti dell’ennesima trovata per spremere ancor di più i malcapitati proprietari di case, in attesa del definitivo esproprio non tanto proletario quanto piuttosto oligarchico.

Non è una paura campata in aria, perché rende ancora una volta attuale il rapporto di diffidenza tra la Pubblica Amministrazione ed il cittadino suddito che si rende effettiva da un lato nel sistematico spreco delle risorse trasferite dai contribuenti e dall’altro dall’evasione fiscale e, nel caso che ci riguarda, dall’abusivismo edilizio. Con il risultato che quando si proclama come più eclatante novità il passaggio dall’unità di misura dal vano al metro quadro già si immaginano scenari di balconi di case di ringhiera tassati come super-attici, con buona pace di quell’anziano che negli anni del cosiddetto 740 lunare   era ruzzolato giù dal balcone per misurare con precisione i centimetri quadri della sporgenza temendo la tremenda vendetta del Fisco.

C’erano in verità le premesse per una riforma complessiva del pianeta casa, che ottenesse tra l’altro il risultato di ottenere un solo pubblico registro per gli immobili a rilevanza civilistica e fiscale. Niente di tutto questo: continueremo ad avere due registri, uno aggiornato in tempo quasi reale a cura delle conservatorie per stabilire chi sia il proprietario del fondo, l’altro con rilevanza fiscale con un aggiornamento abbastanza fedele negli anni successivi all’introduzione del servizio telematico catastale, grossi buchi nella parte storica in coincidenza con gli anni del boom ‘60 – ‘80  ed inevitabili magagne novelle che avvengono quando le registrazioni si fanno due volte e senza incroci.

Era altresì la grande occasione per censire la proprietà fondiaria, con il riordino di tutte quelle micro quote di piccole porzioni di minuscoli appezzamenti o di singole unità immobiliari che si sono stratificate nel tempo per effetto dei passaggi di proprietà per successione magari fra parenti emigrati o diventati comunque irreperibili o non più interessati a minuscole frazioni di scarso valore. Ci aveva provato Mussolini nel 1942 con la previsione del codice civile della minima unità colturale a sfrondare situazioni di latifondo lillipuziano: una revisione dopo settant’anni non sarebbe stata vista come un attentato alla libera proprietà se non dai No Tav che attraverso l’acquisto di quote centesimali di terreni intendono ostacolare l’attività amministrativa di esproprio con finalità ferroviarie. Ma tant’è: ci sono già tante altre riforme e il fazzoletto di terra o l’appartamentino possono aspettare. Purché rendano.

Era infine un’opportunità epocale di incrociare i dati del capistratum fiscale con quelli dei vari catasti energetici che sono in corso di primo impianto in tutte le regioni per monitorare l’efficienza energetica degli edifici ed i consumi attesi. Una simile impostazione avrebbe ( o avrebbe avuto il vantaggio) di partire da dati certi, particolari e concreti: diagnosi energetica, statistiche dei consumi o classamento energetico diventerebbero utili ed effettivi strumenti per incrociare i dati degli interventi programmati o eseguiti ed il conseguente consumo o spreco di energia. Questi dati possono diventare coefficienti correttivi ai fini fiscali per avvantaggiare coloro che negli anni hanno perseguito obiettivi di efficienza mettendo mano al portafoglio rispetto a coloro che lasciano che la loro casa sia un colabrodo energetico. Dubito peraltro che questa logica sarà recepita nel decreto legislativo di attuazione della riforma: troppo complicato.

Non ci resta che aspettarci il gioco delle tre carte sulle superfici e sulla metratura, come già era successo agli abitanti delle case INA cui veniva offerto il riscatto dell’abitazione un tanto a vano salvo poi scoprire che quattro o cinque i vani ingegnosamente ricavati in un alloggio di sessanta metri quadri erano in realtà confortevoli solo per i Puffi; oppure ricorrere ai soliti criteri delle zone, del pregio architettonico, della centralità dei servizi magari tutti scadenti, dello stato di manutenzione se vogliamo penalizzare chi investe e compagnia bella.

Mio padre mi racconta spesso che quando a scuola assegnavano il sempreverde tema su cosa farai da grande molti suoi compagni descrivevano concordi il sogno di diventare padrone di case, un po’ per lo status sociale della professione un po’ per accarezzare il sogno di guadagnare senza rompersi la schiena.

Oggi nessuno si sognerebbe di copiare uno di quei temi: ma già ai miei tempi, la professione del signorile proprietario era già in coda alle preferenze, sostituita in modo scandaloso ma prosaico da quella del protettore. Come dire: meno seccature e più guadagno.

Piero Bonello

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